

Diciassette.

L'Europa tra il 1830 e il 1848.


67. Luglio 1830: il ritorno del fantasma rivoluzionario.

Da: A. Galante Garrone, Le rivoluzioni del 1830-31 in Europa, in
La storia, diretta da N. Tranfaglia e M. Firpo, terzo, L'et
contemporanea, t. 3, Dalla Restaurazione alla prima guerra
mondiale, UTET, Torino, 1986.

Era improvvisamente riapparso il fantasma di una seconda
Rivoluzione francese, che ancora una volta sembrava dover
incendiare l'Europa. In questa frase, tratta dal seguente brano
dello storico italiano Alessandro Galante Garrone, si condensa il
significato specifico dei moti rivoluzionari che scossero l'Europa
negli anni 1830 e 1831. Infatti, pur se le rivoluzioni del 1820-
21, del 1830-31 e del 1848 ebbero tutte una matrice comune, la
rivoluzione di luglio, tuttavia, si distinse dalle altre perch
ancora una volta essa scatur pericolosamente da Parigi,
irradiandosi poi all'esterno, e risultando infine l'unica
vittoriosa. I timori e le speranze suscitati da questa
insurrezione, che riportava la Francia al centro del ciclone
rivoluzionario, emersero chiaramente dalle numerose reazioni di
sconforto o di entusiasmo mostrate dai protagonisti del tempo,
fossero essi il cancelliere austriaco Metternich, lo storico
svizzero Sismondi o i patrioti italiani Buonarroti e Mazzini.

La pi recente storiografia, attenta ai tempi lunghi, alle lente
trasformazioni politiche e sociali, tende a inquadrare le
rivoluzioni del 1830-31 in Europa in un unico processo,
caratterizzato dal susseguirsi di tre ondate rivoluzionarie: la
prima del 1820-21 (con qualche strascico fino al 1825), la seconda
del 1830-31 e la terza del 1848-49. La concatenazione fra le tre
ondate, gli elementi di continuit in esse facilmente
riconoscibili, sono evidenti. In questa sede vorremmo, invece,
individuare la fisionomia specifica della seconda ondata
rivoluzionaria, i suoi caratteri distintivi, i suoi risultati. Lo
storico inglese E. J. Hobsbawm, nel 1962, ha detto con enfasi, ma
non senza qualche ragione, che di tutte le date rivoluzionarie fra
il 1789 e il 1848 quella del 1830  indubbiamente la pi
memorabile. Nella Gran Bretagna e nell'Europa occidentale, egli
dice, questa svolta decisiva segna l'inizio di decenni di crisi.
Se vogliamo limitarci a un primo, rapidissimo raffronto tra le
rivoluzioni del biennio 1830-31 e quelle che le hanno precedute e
seguite, subito ci vien fatto di dire che quelle del 1820-21
furono attuate principalmente dalla generazione venuta in primo
piano nell'et napoleonica: dai militari trascinati a combattere
sui campi di mezza Europa, dai funzionari allenatisi
nell'amministrazione dei nuovi regimi, dalle societ segrete sorte
nel declinare dell'impero e sviluppatesi capillarmente nella
mortificazione dei primi anni della Restaurazione. Un decennio pi
tardi, le rivoluzioni in Europa ebbero una diversa base politica e
sociale, altre ispirazioni ideologiche, culturali, altri
obiettivi, altri teatri di lotta: e tutte queste diversit
provenivano da motivi ben precisi, di cui diremo. Quanto alla
terza fase rivoluzionaria, quella del 1848-49, possiamo dire che,
rispetto alle due precedenti, essa ebbe caratteri di ben maggiore
unitariet. Pur nella eterogeneit dei motivi - politici, sociali,
nazionali - che la aggrovigliarono, essa fu come un subitaneo e
unico incendio che si propag, con aspetti non troppo dissimili, e
immediate, reciproche influenze, a gran parte del continente.
[...] Un altro carattere distintivo pu essere ravvisato nel fatto
che, mentre le altre due ondate rivoluzionarie furono sconfitte,
quella del 1830-31 in parte riusc vittoriosa e, nel suo
complesso, e in un certo senso anche per effetto dei suoi stessi
parziali insuccessi, e dei limiti che rivel, e delle crisi che
apr, cre le premesse di futuri sviluppi, attizz nuove energie
combattive, segn veramente una svolta, un decisivo passo innanzi.
Un ultimo rilievo. E' indubbio che, nei tre momenti rivoluzionari
dell'Europa ottocentesca, un elemento comune  costituito dal
propagarsi delle agitazioni da un paese all'altro (la prima volta
dalla Spagna al Napoletano e al Piemonte, via via fino al moto
decabrista in Russia; la seconda volta dalla Francia al Belgio,
dalla Confederazione germanica alla Polonia e all'Italia centrale;
la terza volta dalla Sicilia a Milano, da Vienna a Francoforte,
fino all'Ungheria, a Venezia e a Roma). Ma nel 1830-31 ci fu
questo di caratteristico: che al policentrismo delle altre due
fasi rivoluzionarie questa volta si contrapponeva l'irradiazione
da un unico centro, la Francia delle barricate di luglio. Era
improvvisamente riapparso il fantasma di una seconda Rivoluzione
francese, che ancora una volta sembrava dover incendiare l'Europa.
Si pu dire che in tutti i paesi - dalle diplomazie, dalle forze
governative o di opposizione, dalle popolazioni, dagli
intellettuali, dalle emigrazioni politiche - si guardasse, con
timori o speranze, alla Francia. E anche in molti Francesi sembr
riaccendersi allora, come nell''89, una volont missionaria, il
proposito di estendere la fiammata rivoluzionaria al di l dei
confini, quasi in una rinnovata espansione illuminata dalla
libert, sulle macerie della Santa Alleanza. E, contro questa
stessa pretesa di iniziativa e di primato francese, e per effetto
del disinganno e dei risentimenti seguiti alle troppe speranze,
sarebbero polemicamente affiorate altre rivendicazioni nazionali.
La Francia, insomma, fu nel 1830-31 il punto focale del grande
moto. [...].
Dalle giornate di luglio dobbiamo dunque partire, se vogliamo
renderci conto di quello che furono, nella storia d'Europa, quei
due anni di crisi. Di questa seconda Rivoluzione francese (ma
sarebbe pi esatto dire parigina) volta a volta diverse furono le
immagini offerte dagli scrittori. Per la vecchia storiografia
moderata si era trattato non d'altro che di un colpo di sole che
aveva sconvolto i cervelli, di una funesta ubriacatura collettiva
che aveva bruscamente interrotto un processo di lento progredire
verso una temperata libert, e rinsaldato la Santa Alleanza,
isolando la Francia. [...] Altri storici dettero delle giornate di
luglio un'interpretazione fortemente riduttiva, considerandole un
deplorevole e quasi fortuito accidente, dovuto alle
sconsideratezze e imprevidenze di Carlo decimo [re di Francia dal
1824 al 1830] e di Polignac [primo ministro all'epoca della
Rivoluzione]. [...] Su un piano ben pi elevato, ma con un'ottica
ottocentesca, Benedetto Croce aveva visto nelle Tre giornate lo
scontro supremo fra liberalismo e assolutismo: una battaglia
essenzialmente morale, da cui il liberalismo era uscito
vittorioso. Ci portano infine fuori della storia, nel clima
arroventato della contestazione, del Sessantotto, alcune recenti
denigrazioni delle giornate di luglio come di uno sfruttamento
ipocrita dell'ingenuit popolare da parte dei profittatori
borghesi. [...].
La storiografia degli ultimi anni, messa di fronte alla
rivoluzione di luglio, non solo l'ha inserita nel flusso delle
rivoluzioni ottocentesche, ma si  proposta di indagarne, da vari
angoli visuali, tutta la complessit e problematicit, come sbocco
e insieme premessa di una lunga crisi, come svolta decisiva non
solo per la Francia, ma per l'Europa. E in questo senso ha messo
in luce il panorama internazionale, con l'aggravarsi della crisi
d'Oriente, e le preoccupazioni diplomatiche e il fermento
dell'opinione che ne sono derivati; l'affacciarsi di un'altra
seria crisi economica (dopo quella del 1817); il rafforzarsi dei
ceti emergenti - la borghesia - in contrasto sempre pi
pronunciato con l'aristocrazia privilegiata; il profilarsi,
specialmente nella capitale, di una nuova minaccia, il coagularsi
delle classes dangereuses [classi pericolose, cio le classi
popolari] esercitanti una sempre maggiore pressione demografica;
l'irrompere di una cultura rinnovata. Le Tre giornate, alla fine,
sono il momento nel quale tutte queste spinte e controspinte si
tendono fino a determinare una brusca rottura. [...].
Un osservatorio privilegiato per intendere il riflesso europeo
della rivoluzione  offerto dalle riflessioni di Metternich.
Nell'agosto, un mese dopo le giornate di Parigi, il cancelliere
scriveva: Tutto il lavoro della mia vita  andato distrutto. Era
convinto che la rivoluzione di luglio avrebbe avuto nel mondo
un'influenza ben pi decisiva di quella dell'Ottantanove. Come la
rottura di una diga. Nei governi e nelle diplomazie aleggiava il
timore che il moto parigino, iniziato come quello del Settecento
senza grandi sconvolgimenti, fosse poi trascinato dalla forza
delle cose a ripercorrere anch'esso lo stesso funesto cammino,
fino alla repubblica e al Terrore, con un ardore guerriero di
rivincita e uno spirito di crociata che lo avrebbero spinto alla
riconquista della riva sinistra del Reno e al sostegno di altri
moti rivoluzionari dei quali si presagiva imminente lo scoppio in
Europa. Lo zar Nicola temeva di vedere quanto prima qualche
ultracanaille [grande furfante, cio un rivoluzionario] alla testa
del ministero francese. In realt, erano tutti allarmi destinati
ad attenuarsi e a sparire. Si sarebbe presto visto che l'idra
rivoluzionaria non era poi cos spaventosa; anzi, che lo era
sempre meno. [...].
In quei giorni eccitati, perfino giovani pensosi e ardenti, che
pur non militavano e anzi diffidavano delle societ segrete, si
sentirono afferrati da un entusiasmo non troppo dissimile da
quello di un Mazzini o di un Menotti. E' il caso di Camillo
Cavour, persuaso per alcuni mesi che dalla rivoluzione francese
sarebbe nata anche l'aurora del giorno che deve illuminare la
rivoluzione italiana. [...] Non molto diverse, di fronte alle
notizie della rivoluzione, erano le impressioni del pi anziano e
pacato Sismondi [Simonde de Sismondi, storico ed economista
svizzero], a Ginevra. A pochi giorni dalle barricate di luglio,
scriveva una lettera traboccante di ammirazione per il popolo
parigino, per la classe anonima, per il suo coraggio tanto
contrastante con la resistenza puramente passiva e legale dietro
cui si erano trincerate le gens comme il faut [i perbenisti].
Pochi mesi dopo, si rallegrava dell'espandersi della rivoluzione
in Belgio, fremeva anche lui nell'attesa di una guerra in Europa,
e di una rivoluzione in Italia, in appoggio dell'insurrezione
polacca. La Francia, scriveva sulla  Revue Encyclopdique , non
poteva non scendere in guerra contro tutte le tirannie d'Europa.
La rivoluzione di Parigi ha rivelato l'impotenza dei despoti,
l'accordo dei popoli e i bisogni del secolo. (L'articolo era
subito tradotto e diffuso clandestinamente in Italia). Insomma,
per qualche tempo Mazzini e Cavour e Sismondi, pur cos diversi
tra loro, reagirono alla rivoluzione di luglio in modo quasi
concorde.
Si pu immaginare a quale diapason di entusiasmo giungessero gli
emigrati politici, ai quali la rivoluzione in Francia sembrava
promettere una esaltante rivincita; basterebbe scorrere gli
opuscoli scritti a Marsiglia da questi esuli fra la fine del 1830
e il principio del 1831. [...] E lo stesso Filippo Buonarroti,
questo vecchio superstite della grande rivoluzione di fine secolo,
dal Belgio accorreva a Parigi, e dopo decenni vissuti nell'ombra
pi fitta usciva alla luce, cercava di sostenere la rivoluzione in
Belgio e di mettersi a capo di comitati italiani a Parigi, nel
folle sogno di dare all'Italia una repubblica egualitaria, secondo
gli schemi del pi radicale giacobinismo settecentesco.
